Incontri in un CAS - l'altro, la differenza e il rispetto


Tra novembre e dicembre del 2017, per tre martedì consecutivi, ci siamo confrontati con una realtà (almeno da me) poco conosciuta: quella del centro di accoglienza. In particolare, abbiamo incontrato il personale e gli ospiti del Centro di Accoglienza Straordinario (CAS) di Vicolo Santa Caterina, tra Via Verdi e Via Duomo.
 

Svolgimento degli incontri - una parentesi

All’inizio di ogni incontro siamo stati accolti dalla relazione esposta da uno dei docenti del corso di Filosofia dell’UPO [Università del Piemonte Orientale], oltre che dalle parole degli operatori; gli uni e gli altri hanno offerto svariati spunti di riflessione - il problema dell’interculturalismo, il concetto e la natura del confine, i viaggi che hanno dovuto affrontare i richiedenti asilo, la loro vita qui e l’iter burocratico che devono seguire, il confronto con lo straniero (e l’altro in generale - ci tornerò dopo)...
I tre gruppi in cui eravamo divisi hanno avuto modo di “lavorare” - in giornate diverse, secondo un ordine di rotazione prestabilito - con Danilo e suor Alfonsina (ne parlerò più tardi), i docenti e gli operatori.
 

Tento di esporre un argomento…

Il confronto con l’altro è stato (naturalmente) un tema sempre presente nel corso di questi incontri. Tale confronto (o rapporto) è essenziale alla nostra formazione - è un fatto di cui mi sto interessando da un po’ di tempo...
Mi sono trovato a riflettere, in particolare, su alcuni degli spunti dell’ultima relazione - la quale partiva da due saggi di Paul Ricoeur - Straniero io stesso e La condizione di straniero. Cercherò di mettere in ordine queste idee…
 
Dovendo dare una definizione “a grandi linee”, direi che l’altro è ciò che non è identico a noi, è al di fuori di noi. Lo straniero - “altro” per eccellenza - è al di fuori della nostra comunità.
Tuttavia, in senso più o meno forte, l’altro (o lo straniero) ci abita e fa parte della nostra identità: secondo Ricoeur [se non ho capito male], vive in noi il ricordo («reale o fittizio») di essere stati stranieri, di essere vissuti in un luogo a noi non familiare; anche per questo la nostra identità non è qualcosa di stabile e granitico...
Potremmo anche considerare che il modo in cui ci vediamo deriva in parte dal modo in cui gli altri ci vedono - è in noi anche un punto di vista diverso dal nostro che condiziona, costruisce la nostra identità. Potrebbe valere non solo per i singoli, ma anche per le comunità, che tendono a definirsi attraverso il confronto con altri gruppi.
Dato questo forte legame tra Io/Noi e Altro/Altri, l’idea di poter innalzare delle barriere impenetrabili tra Io e Altro se non è illusoria è comunque dannosa - porta ad un indebolimento di entrambe le parti.
Questo atteggiamento è tipico della xenofobia.
Se un’affermazione così forte della propria identità può essere controproducente, anche l’atteggiamento “opposto” non è raccomandabile: Ricoeur ci mette in guardia da «l’assoluto contrario del senso di appartenenza», una sorta di annullamento delle identità che porta all’indifferenza: io rinuncio alla mia identità, ma anche l’altro dovrebbe finire per farlo, se si vuole evitare un conflitto; inoltre, annullando quello che più è mio della mia identità, annullo anche quello che è sì altro per l’identità altrui, ma che potrebbe definirla maggiormente (c’è un altro in ognuno di noi). Alla fine, nessuno dei due riconosce l’altro per quello che è.
Né gli xenofobi, né gli “indifferenti” tengono la differenza nella giusta considerazione - è come se ne avessero paura. In entrambi i casi manca un adeguato riconoscimento dell’altro: in un caso viene respinto in nome della sua differenza, nell’altro questa sua differenza non viene riconosciuta - non viene riconosciuto l’altro in quanto “portatore” di un’identità.
 
La differenza è la base del dialogo (il dialogo avviene tra almeno due parti; già il fatto che siano due, quindi separate, le rende differenti - secondo me). Tuttavia è necessario anche - ripeto la parola - il riconoscimento reciproco tra io e altro, nella loro differenza: io ho una mia identità, tu hai la tua e queste due sono differenti, anche se possono avere dei punti in comune.
 
Questo potrebbe essere il cuore di ciò che chiamiamo rispetto.
Nel nostro pomeriggio insieme a Danilo e suor Alfonsina si è parlato di accoglienza ed è emerso come il rispetto sia essenziale per poter accogliere adeguatamente lo straniero. Spesso ci si concentra sulla sola generosità; tuttavia, una persona eccessivamente generosa e premurosa - anche se in buona fede - rischia di “invadere” lo spazio dell’altro, considerandolo semplicemente come un essere bisognoso di cure che non sa cosa sia veramente meglio per lui (in questo caso si può parlare di infantilizzazione.); l’altro può sentirsi soffocato e imbarazzato di fronte a questo eccesso di cure, che pure non si sente di rifiutare nel timore di contrariare l’ospite.
Attraverso il rispetto, invece, si può mantenere la “giusta distanza”, aiutando lo straniero pur considerandolo nella sua identità, come una persona con una propria personalità e una propria cultura, “in grado” di avere delle aspirazioni e dei progetti per il futuro.

Mi fermo qui, ché l'articolo è già lungo...
Vi ringrazio per la pazienza.

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